Responsabilità pubblica dei Media

Possiamo definire la responsabilità dei media come l’insieme dei processi attraverso i quali, televisione, giornali e radio, rispondono alle società di appartenenza in merito alla qualità e alle conseguenze di quanto da essi diffuso, con particolare attenzione alle questioni di bene pubblico. In linea con le principali teorie normative, la responsabilità dei media dovrebbe soddisfare tre criteri:

• rispettare il diritto di libertà di diffusione;
• prevenire o limitare i danni agli individui o alla società derivanti dalla diffusione di particolari contenuti;
• promuovere gli aspetti positivi della diffusione, limitandone gli aspetti restrittivi.

Il primo criterio riflette il primato dell’esigenza della libertà di espressione nei regimi democratici; il secondo implica che i doveri nei confronti della società sono riferiti ai singoli individui con i propri diritti, bisogni e interessi; il terzo criterio pone infine l’attenzione sul dialogo e l’interazione tra media e altre istituzioni della società. Prendendo in esame il terzo principio, possiamo distinguere due diversi livelli di responsabilità: uno interno e l’altro esterno. Il primo comporta una serie di controlli a catena all’interno dell’istituzione mediale, tale che la diffusione di determinati contenuti avviene sotto la responsabilità dell’organizzazione mediale e dei suoi proprietari. Questo livello comporta alcune importanti considerazioni sulla libertà e autonomia di espressione di coloro che lavorano in aziende che si occupano di comunicazione di massa. Il controllo interno spesso non garantisce i principi di libertà di espressione, causa autocensura, o in generale risulta favorevole, nella maggior parte dei casi, agli interessi dei proprietari dei media rispetto ai doveri nei riguardi della società. Il livello indiretto è rivolto a tutte le relazioni che i media hanno nei confronti dei seguenti attori:

• pubblicitari e sponsor
• i soggetti delle informazioni o delle notizie
• l’opinione pubblica, intesa qui come “la società nel suo insieme”
• vari gruppi di interesse e di pressione colpiti dalla diffusione di determinati contenuti mediali.

Da questo quadro d’insieme possiamo vedere come i media siano sottoposti a doveri e diritti nei confronti di vari soggetti sociali. Questa dipendenza e questi rapporti intrecciati, quindi, fanno dei media un facile bersaglio da parte di tutti gli agenti coinvolti. La legislatura e le regolamentazioni sono spesso inefficaci, difficili da applicare, e spesso divenute desuete, per garantire una lineare forma di garanzia. Sia nel caso delle ingerenze interne che in quelle esterne, le responsabilità dei media risultano poco trasparenti, scontrandosi, spesso, con lo spirito di una società aperta e democratica.

Modello per una riorganizzazione RAI

Fondazione RAI: con “atto di Dotazione” viene istituita una fondazione che ha fine di perseguire l’interesse generale con l’esercizio del servizio pubblico radiotelevisivo.

 Nomina gruppo dirigente Fondazione RAI: Il Parlamento nomina gli amministratori con durata di almeno sette anni.

 RAI Holding : Di proprietà totalmente della Fondazione , vengono conferite le azioni di proprietà Rai.

Holding (oggi Min. del Tesoro) alla Società per azioni in forma di Holding, ma con possibilità di avere dei finanziatori istituzionali es. i “Fondi pensione” ecc..

 Nomina gruppo dirigente RAI Holding: La Fondazione RAI nomina un “Amministratore Delegato” e il Consiglio D’amministrazione della RAI Holding.

 Società Operative: La Rai Holding nomina gli amministratori delegati delle singole società operative e il

Consiglio d’Amministrazione e decide le relative quote di ingresso dei privati sulle singole attività di mercato delle società operative e il gruppo dirigente, delle società operative, insieme ai privati investitori.

La scomparsa delle sale cinematografiche

I territori della provincia italiana sono quelli dove il cinema italiano non è più in crisi. Per una ragione semplicissima: in quegli spazi non esiste più.

Questa proposta si pone l’obiettivo di colmare in minima parte, questa assenza, attraverso un’alleanza del cinema con la TV digitale.

In giro per la provincia di Roma, molte sale del cinema sono state chiuse in questi anni. Con un’indicativa differenza tra la città e la provincia.
Nelle città, accanto ad un gran numero di sale trasformate in supermercati, depositi, garage, negozi commerciali, molte altre sono state rinnovate, suddivise, trasformate in multisale. Così, rese più funzionali, efficienti e redditizie. Nella provincia, la chiusura delle poche sale esistenti ha finito, invece, per coincidere con la fine di qualsiasi attività cinematografica. Esistono, in provincia, ancora alcune piccole sale, spesso facenti parte dei complessi e degli edifici delle parrocchie. Non esiste più la possibilità, per il cittadino italiano che vive nei paesi e nelle piccole città, di vedere il cinema al cinema. La nostra proposta riguarda le sale della provincia di Roma ancora esistenti ma inutilizzate, in quei luoghi ove è scomparsa la distribuzione tradizionale del cinema. Si parta dal presupposto che è abbastanza realistico progettare di recuperare, sul territorio, dove la distribuzione non è presente (e i distributori non hanno più ragione di tenere forme intrusive e tecnicamente “inquietanti” di concorrenza) alcune sale: una specie di nuovo circuito-off periferico. Con la collaborazione di una Tv Locale che sta facendo la sperimentazione del digitale terrestre, queste sale possono essere tutte collegate con un unico centro, (come i programmi televisivi), da dove si diffonde un unico film, da proiettare in una sala appositamente attrezzata.

In questa prima fase i film trasmessi sul digitale terrestre possono essere visti in chiaro da chi ha il giusto decoder. In una fase non più sperimentale possono essere date alle sale cinematografiche interessate delle smart card particolari, tramite accordi economici mirati, per consentire la proiezione dei film diffusi, solo ai possessori delle smart card fornite. Una tale architettura comunicativa, implica prevedibili vantaggi tecnici, organizzativi ed economici, per evidenziare i quali è sufficiente sintetizzare l’iter del circuito digitale.

Il costo per attrezzare una sala per proiettare un film in digitale, varia da un minimo di circa da 500 ad Euro 5000 per l’acquisto di un video proiettore (quello da 5mila professionale), con possibilità di proiettare l’immagine a 16/9 ad alta qualità d’immagine e di suono, più il costo del telo che varia tra i 300 e gli 800 Euro.
Il costo totale di queste attrezzature tecniche, oscilla quindi tra circa 800 ad un Max 5800 Euro. Per una visione ottimale, le sale dovrebbero contenere all’incirca Max 50 spettatori. Una sola persona può organizzare e gestire quest’attività.
Possiamo prevedere una presenza media, di circa 10 persone, con un costo del biglietto al botteghino di 3 Euro per un totale di circa 30 Euro il giorno.
Questo introito da biglietto può essere incrementato un guadagno aggiuntivo derivante dalla pubblicità locale proiettata prima del film.

CONCLUSIONE:
Questo calcolo, puramente indicativo e sommario per attrezzare una sala cinematografica già esistente di provincia e non utilizzata, occorre un investimento che varia da 800 ad un Max 5800 Euro circa. Questa architettura comunicativa, prevede un accordo con una televisione locale che sta sperimentando la tv digitale terrestre, un distributore di film che vuole sperimentare questa nuova tecnica di diffusione e un gestore di una sala che vuole sperimentare la video proiezione.
Con questo sistema è possibile anche organizzare proiezioni specifiche di cicli di film d’interesse storico ecc.
E’ quasi superfluo aggiungere che il sistema illustrato potrebbe contribuire, ad alimentare una cultura del cinema dove è morto, ripristinare la funzione dei vecchi circuiti d’essai: quella di diffondere il cinema del presente e dl passato. Com’è evidente, questo sistema, crea momenti d’aggregazione nei piccoli centri con possibili sviluppi economici e culturali; la stessa architettura comunicativa può essere usata per la diffusione d’eventi diversi dal cinema, come la trasmissione d’opere liriche, teatrali, eventi straordinari o altri ancora richiesti dal pubblico. Tutto sta a non avere paura che il cinema sia “contaminato” dalle nuove tecnologie di diffusione.

Un possibile futuro della Fiction

Sono già in atto da tempo mutamenti del sistema televisivo: con la introduzione della tv satellitare il bacino del pubblico di Rai e Mediaset si è ridotto. Nel 2016 scade la concessione dello stato alla Rai e nei prossimi 10 anni tale processo subirà un’accelerazione. C’è già una attenzione ai mutamenti strutturali in atto nel settore. Il passaggio dal sistema analogico a quello digitale impone una regolamentazione per impedire una concentrazione della proprietà ma anche in un sistema ben regolamentato rimane il problema dei contenuti. In questo nuovo contesto la fiction avrà una ulteriore e velocissima espansione - è il genere più adatto ai nuovi mezzi di trasmissione - e una diffusione capillare - si pensi alla telefonia mobile. In questo quadro non ha più molto senso limitarsi a difendere la Rai per la sua funzione di servizio pubblico, sempre più nominale e sempre meno sostanziale. È invece importante e ormai urgente fare in modo che il nuovo assetto del sistema di comunicazione porti a un’offerta sia dei soggetti privati sia di quello pubblico che tenga conto non solo di un’ esigenza commerciale ma anche dei gusti e dei bisogni dei diversi settori della società, sempre nell’ambito di un saldo sistema di valori e di un profondo senso etico.

In questa prospettiva è importante non disperdere del tutto la “sapienza” della Rai/servizio pubblico, nonostante le contraddizioni, le carenze e le distrazioni degli ultimi anni. Le forze politiche democratiche dovrebbero essere punto di riferimento politico e culturale per chi produce contenuti. In passato, quando la struttura sociale del paese era chiaramente definita, i partiti di sinistra svolgevano quasi automaticamente una funzione di alternativa politica e culturale. I mutamenti sociali, politici e nel costume degli ultimi anni impongono una nuova definizione della comunicazione (del resto anche il teatro e il cinema vivono una crisi di idee).

L’ incremento della produzione di fiction tv e il quadro normativo
La crescita dell’offerta di fiction televisiva italiana, a partire dall’inizio del decennio in corso, non può essere spiegata soltanto con il favore del pubblico e la crisi di generi concorrenti come il varietà tradizionale - sostituito dai reality show -, o il quiz - scivolato nella fascia preserale. La fiction televisiva è diventata uno dei prodotti di punta della prima serata di Raiuno e di Canale 5, soppiantando la produzione d’importazione e i grandi film hollywoodiani, anche in virtù di un quadro normativo che ne ha incentivato la crescita. Pochi ricordano il varo di una legge, la 122 del 1998, che, recependo lo spirito delle direttive comunitarie in materia di audiovisivo, ha istituito per il periodo 2000 - 2005 una riserva in favore della produzione di opere audiovisive italiane ed europee, obbligando RAI e Mediaset ad investire una quota delle loro risorse in film, fiction tv, documentari e cartoni realizzati in Italia o in Europa. Nel dettaglio, la legge prevedeva investimenti annui pari al 10 % dei ricavi derivanti dalla pubblicità per le televisioni commerciali e una quota non inferiore al 20 % dei proventi dal canone per la RAI. Nell’ambito di tali quote, l’investimento in film non poteva essere inferiore al 40 % delle risorse complessive.Per far fronte agli obblighi di legge, entrambe le emittenti da un lato si sono dotate di consociate destinate a coprodurre (e a distribuire) film italiani: la Rai ha creato RAICinema e Mediaset ha rilevato il marchio Medusa, creando, di fatto, una nuova società; dall’altro lato, hanno potenziato gli investimenti e le risorse destinate a produrre opere narrative ad esclusiva destinazione televisiva, attraverso la costituzione di organismi specifici: la direzione RAIFiction e la società Mediatrade. In questi giorni di dibattito sulla necessità di incrementare le risorse per il cinema italiano, ci sembra opportuno richiamare alla memoria e sottolineare l’importanza politica e finanziaria del provvedimento varato dal primo Governo Prodi: quella legge mirava a sostenere sia pure indirettamente il cinema italiano, creando nello stesso tempo le precondizioni per lo sviluppo di una fiction di produzione nazionale, contrapposta e concorrente all’offerta statunitense e a quella dei seriali sudamericani che fino alla metà degli anni Novanta avevano occupato la nostra televisione. Non bisogna trascurare, inoltre, che il settore della fiction tv si avvale di risorse creative e tecniche in gran parte cooptate dall’industria cinematografica italiana, contribuendo alla rivitalizzazione dell’intero settore audiovisivo nazionale. Al momento del varo della legge, si stimava che una sua corretta applicazione avrebbe fatto affluire verso la produzione audiovisiva italiana tra i 300 e i 400 milioni di euro annui: a tanto ammontano attualmente gli investimenti televisivi pubblici e privati nel settore della fiction e dei cartoni.

E’ dunque importante che il nuovo Governo, considerati gli effetti virtuosi del provvedimento, ne riproponga i termini e gli intenti, cercando di individuare e correggere i limiti che sono emersi nei primi cinque anni di applicazione. Nel corso di questo primo anno di assenza della legge, gli investimenti nel settore della fiction non sono diminuiti, al contrario sono lievemente aumentati: la sola RAI ha approvato un bilancio preventivo per la fiction di 240 milioni di euro. L’aumento delle risorse è sostenuto dalla crescente domanda di prodotto da parte delle reti e da un successo di ascolti, che colloca la fiction ai vertici della graduatoria delle preferenze del pubblico italiano. E tuttavia crediamo che il mercato debba essere regolato. La legge 122 stabiliva che una quota pari al 10 % delle risorse complessive erogate da RAI e Mediaset fosse destinata a sostenere i produttori indipendenti. Vi era un implicito riconoscimento della necessità del pluralismo anche nel settore della produzione, dove la flessibilità e la maggiore creatività degli indipendenti, portati a sperimentare nuovi autori e a ricercare contenuti innovativi, sono un’opportunità da tutelare e da trasformare in una concreta risorsa. Le società indipendenti, pur nella minore forza economica, sono gestite solitamente da imprenditori giovani, disposti a rischiare su contenuti e su linguaggi nuovi e diversificati, ma scontano una maggiore difficoltà di accesso al credito bancario e una discontinuità nelle commesse che alla lunga risultano penalizzanti. Anche nel settore della fiction televisiva, infatti, stanno emergendo i primi segnali di concentrazione della produzione nelle mani di poche società di grandi dimensioni che, attraverso accordi quadro con le emittenti, riescono ad assicurarsi grandi finanziamenti, ad ottenere stabilità nelle commesse e, di fatto, occupano gran parte degli spazi dell’offerta, condizionandone i contenuti e gli orientamenti ideologici. Una riproposizione aggiornata della legge 122 non può prescindere dalla necessità di regolare il settore dell’offerta rafforzando il peso numerico, finanziario e produttivo delle società indipendenti. A tale scopo proponiamo di innalzare la riserva in favore degli indipendenti ad almeno il 20 % delle risorse complessive.