Un possibile futuro della Fiction
Sono già in atto da tempo mutamenti del sistema televisivo: con la introduzione della tv satellitare il bacino del pubblico di Rai e Mediaset si è ridotto. Nel 2016 scade la concessione dello stato alla Rai e nei prossimi 10 anni tale processo subirà un’accelerazione. C’è già una attenzione ai mutamenti strutturali in atto nel settore. Il passaggio dal sistema analogico a quello digitale impone una regolamentazione per impedire una concentrazione della proprietà ma anche in un sistema ben regolamentato rimane il problema dei contenuti. In questo nuovo contesto la fiction avrà una ulteriore e velocissima espansione - è il genere più adatto ai nuovi mezzi di trasmissione - e una diffusione capillare - si pensi alla telefonia mobile. In questo quadro non ha più molto senso limitarsi a difendere la Rai per la sua funzione di servizio pubblico, sempre più nominale e sempre meno sostanziale. È invece importante e ormai urgente fare in modo che il nuovo assetto del sistema di comunicazione porti a un’offerta sia dei soggetti privati sia di quello pubblico che tenga conto non solo di un’ esigenza commerciale ma anche dei gusti e dei bisogni dei diversi settori della società, sempre nell’ambito di un saldo sistema di valori e di un profondo senso etico.
In questa prospettiva è importante non disperdere del tutto la “sapienza” della Rai/servizio pubblico, nonostante le contraddizioni, le carenze e le distrazioni degli ultimi anni. Le forze politiche democratiche dovrebbero essere punto di riferimento politico e culturale per chi produce contenuti. In passato, quando la struttura sociale del paese era chiaramente definita, i partiti di sinistra svolgevano quasi automaticamente una funzione di alternativa politica e culturale. I mutamenti sociali, politici e nel costume degli ultimi anni impongono una nuova definizione della comunicazione (del resto anche il teatro e il cinema vivono una crisi di idee).
L’ incremento della produzione di fiction tv e il quadro normativo
La crescita dell’offerta di fiction televisiva italiana, a partire dall’inizio del decennio in corso, non può essere spiegata soltanto con il favore del pubblico e la crisi di generi concorrenti come il varietà tradizionale - sostituito dai reality show -, o il quiz - scivolato nella fascia preserale. La fiction televisiva è diventata uno dei prodotti di punta della prima serata di Raiuno e di Canale 5, soppiantando la produzione d’importazione e i grandi film hollywoodiani, anche in virtù di un quadro normativo che ne ha incentivato la crescita. Pochi ricordano il varo di una legge, la 122 del 1998, che, recependo lo spirito delle direttive comunitarie in materia di audiovisivo, ha istituito per il periodo 2000 - 2005 una riserva in favore della produzione di opere audiovisive italiane ed europee, obbligando RAI e Mediaset ad investire una quota delle loro risorse in film, fiction tv, documentari e cartoni realizzati in Italia o in Europa. Nel dettaglio, la legge prevedeva investimenti annui pari al 10 % dei ricavi derivanti dalla pubblicità per le televisioni commerciali e una quota non inferiore al 20 % dei proventi dal canone per la RAI. Nell’ambito di tali quote, l’investimento in film non poteva essere inferiore al 40 % delle risorse complessive.Per far fronte agli obblighi di legge, entrambe le emittenti da un lato si sono dotate di consociate destinate a coprodurre (e a distribuire) film italiani: la Rai ha creato RAICinema e Mediaset ha rilevato il marchio Medusa, creando, di fatto, una nuova società; dall’altro lato, hanno potenziato gli investimenti e le risorse destinate a produrre opere narrative ad esclusiva destinazione televisiva, attraverso la costituzione di organismi specifici: la direzione RAIFiction e la società Mediatrade. In questi giorni di dibattito sulla necessità di incrementare le risorse per il cinema italiano, ci sembra opportuno richiamare alla memoria e sottolineare l’importanza politica e finanziaria del provvedimento varato dal primo Governo Prodi: quella legge mirava a sostenere sia pure indirettamente il cinema italiano, creando nello stesso tempo le precondizioni per lo sviluppo di una fiction di produzione nazionale, contrapposta e concorrente all’offerta statunitense e a quella dei seriali sudamericani che fino alla metà degli anni Novanta avevano occupato la nostra televisione. Non bisogna trascurare, inoltre, che il settore della fiction tv si avvale di risorse creative e tecniche in gran parte cooptate dall’industria cinematografica italiana, contribuendo alla rivitalizzazione dell’intero settore audiovisivo nazionale. Al momento del varo della legge, si stimava che una sua corretta applicazione avrebbe fatto affluire verso la produzione audiovisiva italiana tra i 300 e i 400 milioni di euro annui: a tanto ammontano attualmente gli investimenti televisivi pubblici e privati nel settore della fiction e dei cartoni.
E’ dunque importante che il nuovo Governo, considerati gli effetti virtuosi del provvedimento, ne riproponga i termini e gli intenti, cercando di individuare e correggere i limiti che sono emersi nei primi cinque anni di applicazione. Nel corso di questo primo anno di assenza della legge, gli investimenti nel settore della fiction non sono diminuiti, al contrario sono lievemente aumentati: la sola RAI ha approvato un bilancio preventivo per la fiction di 240 milioni di euro. L’aumento delle risorse è sostenuto dalla crescente domanda di prodotto da parte delle reti e da un successo di ascolti, che colloca la fiction ai vertici della graduatoria delle preferenze del pubblico italiano. E tuttavia crediamo che il mercato debba essere regolato. La legge 122 stabiliva che una quota pari al 10 % delle risorse complessive erogate da RAI e Mediaset fosse destinata a sostenere i produttori indipendenti. Vi era un implicito riconoscimento della necessità del pluralismo anche nel settore della produzione, dove la flessibilità e la maggiore creatività degli indipendenti, portati a sperimentare nuovi autori e a ricercare contenuti innovativi, sono un’opportunità da tutelare e da trasformare in una concreta risorsa. Le società indipendenti, pur nella minore forza economica, sono gestite solitamente da imprenditori giovani, disposti a rischiare su contenuti e su linguaggi nuovi e diversificati, ma scontano una maggiore difficoltà di accesso al credito bancario e una discontinuità nelle commesse che alla lunga risultano penalizzanti. Anche nel settore della fiction televisiva, infatti, stanno emergendo i primi segnali di concentrazione della produzione nelle mani di poche società di grandi dimensioni che, attraverso accordi quadro con le emittenti, riescono ad assicurarsi grandi finanziamenti, ad ottenere stabilità nelle commesse e, di fatto, occupano gran parte degli spazi dell’offerta, condizionandone i contenuti e gli orientamenti ideologici. Una riproposizione aggiornata della legge 122 non può prescindere dalla necessità di regolare il settore dell’offerta rafforzando il peso numerico, finanziario e produttivo delle società indipendenti. A tale scopo proponiamo di innalzare la riserva in favore degli indipendenti ad almeno il 20 % delle risorse complessive.